giovedì 1 luglio 2010


http://prcsicilia.wordpress.com/2010/06/24/palermo-8-luglio-1960-8-luglio-2010-50%c2%b0-anniversario/
Caro Presidente Fini,

non ho parole per ringraziarla per quanto ha fatto fin’ora per noi e per la libertà d’informazione. Per tutti quelli che come noi sono costretti a dover dimostrare le proprie ragioni con l’unico mezzo che hanno: parlarne. Oggi so che se non lo avessimo fatto quella di mio fratello Stefano sarebbe rimasta la morte di un detenuto, per di più tossicodipendente, avvenuta per cause naturali.
Sa cosa ho scoperto grazie a quelle intercettazioni che ora vorrebbero limitare? Uno degli indagati, cioè una delle persone per le quali si profila il reato di aver avuto in qualche modo a che fare con la morte di mio fratello, si è riferito a lui definendolo “tossico di merda”. Questo dopo che le circostanze della sua morte erano state rese pubbliche e quindi anche la persona in questione aveva potuto vedere le condizioni atroci in cui Stefano ha smesso di vivere. Senza alcun rispetto per la vita umana e per il dolore di una famiglia. E sa qual è la cosa ancora più grave? Patrizia Moretti, la mamma di Federico Aldrovandi, è stata querelata dal suo primo Pubblico Ministero per aver pubblicato nel suo Blog il racconto di quando mi sfogai con lei dicendole quello che avevo appena appreso. Lo trovo assurdo, ma d’altra parte quando vedo che un Pubblico Ministero indaga contro il legale di Lucia Uva anziché per scoprire la verità sulla morte terribile di suo fratello Giuseppe, non mi meraviglio più di niente!
Per quanto mi riguarda continuo ad andare avanti nella mia difficile ricerca di verità, consapevole di essere nel giusto, e non posso non pensare che, se il mio avvocato non mi avesse suggerito di far scattare le foto che dimostrano come era ridotto il corpo di mio fratello, oggi piangerei non solo per la sua morte ma anche per non aver potuto far nulla per restituirgli dignità.

Con fiducia e rispetto.

Ilaria Cucchi

http://fnsi-libera-informazione.blogspot.com/

giovedì 17 giugno 2010

Chiesto rinvio a giudizio

Oggi la Procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio per le tredici persone accusate per la morte di mio fratello Stefano: sei medici, Aldo Fierro, responsabile del reparto penitenziario del Sandro Pertini, Silvia Di Carlo, Flaminia Bruno, Stefania Corbi, Luigi De Marchis Preite e Rosita Caponetti; tre infermieri Giuseppe Flauto, Elvira Martelli e Domenico Pepe; tre agenti penitenziari Nicola Minichini, Corrado Santantonio e Antonio Domenici; il direttore dell'ufficio detenuti e del trattamento del provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria Claudio Marchiandi. I reati contestati vanno dalle lesioni aggravate all'abuso di autorità nei confronti di arrestato, dal falso ideologico all'abuso d'ufficio, dall'abbandono di persona incapace al rifiuto in atti d'ufficio, fino al favoreggiamento ed all'omissione di referto.
Se da un lato mi ritengo soddisfatta per l'importanza del primo traguardo raggiunto, soprattutto ricordando il punto da cui siamo partiti "morte naturale", dall'altro è un momento di grande riflessione e immenso dolore per la consapevolezza di quanto Stefano deve aver sofferto, sentendosi poi nella sofferenza anche abbandonato a se stesso.

sabato 12 giugno 2010



"Senza intercettazioni cosa sapremmo di...?"
Mercoledì 16 giugno assemblea Articolo21. Premi a Ilaria Cucchi, Patrizia Aldrovandi, Loris Mazzetti



http://www.articolo21.org/1286/notizia/senza-intercettazioni-cosa-sapremmo.html

Un'emozione indescrivibile trovarsi vicine, per la prima volta tutte e tre insieme, con Patrizia Moretti e Lucia Uva. Unite da drammi simili e stesso atroce dolore per le assurde morti di Stefano, mio fratello, Federico, figlio di Patrizia e Giuseppe, fratello di Lucia. Un dolore che solo noi e le altre famiglie che si trovano ad affrontare simili tragedie possiamo comprendere. Un dolore che nulla, neanche la giustizia, potrà mai affievolire. La nostra difficile battaglia è per rendere ai nostri cari quella dignità che è stata loro negata e per provare a far in modo che a nessun altro debba capitare ciò che è successo a loro. Chiediamo la verità, prima ancora della giustizia, perché comprendere è il solo modo per provare ad andare avanti. E non riusciamo a capire perché una famiglia, distrutta da un'ingiustizia così grande, debba mettersi in discussione e rivivere quotidianamente lo stesso identico dolore per ottenere delle risposte, quando invece sarebbe un sacrosanto diritto. Ricorrere a gesti eclatanti, come quello di pubblicare foto che mai avremmo voluto vedere, per essere ascoltati. Eppure purtroppo questa è la triste realtà. Molto spesso non agire in questo modo, vuol dire accontentarsi della verità di comodo... morte naturale.