venerdì 3 dicembre 2010

Lettera di Lucia Uva

Lucia è la sorella di Giuseppe Uva, fermato il 14 giugno 2008 dai Carabinieri della caserma di Via Saffi, a Varese, e mai più tornato a casa. Lucia e i suoi cari lo hanno rivisto, morto e in condizioni terribili, nel reparto psichiatrico dell'ospedale Circolo Macchi dove era stato portato quattro ore dopo il fermo.

Beppe aveva quarantatre anni, una famiglia che lo amava, un amico che non si è mai rassegnato e tanti giorni ancora da vivere.

Il PM ha chiesto il rinvio a giudizio per due medici, di cui uno è stato assolto dal GUP mercoledì scorso. Ad aprile il processo per l'altro.

In tutto questo Lucia continua a chiedere perché suo fratello è finito in quell'ospedale e perché il suo corpo era ridotto nello stato in cui lei lo ha visto per l'ultima volta...

Lucia è una mia amica, le sono vicina e comprendo perfettamente il suo dolore, che è anche il mio. Conosco la profonda difficoltà ad andare avanti nella vita senza sapere tutta la verità su un lutto che così diventa ancora più complicato elaborare.


"Sono lucia uva ed ho partecipato all’udienza di ieri riportata sui quotidiani della città.

La procura ha sempre detto che i responsabili della morte di Giuseppe fossero i due medici indagati e soltanto loro, mentre erano da escludere altre responsabilità, dichiarando ai giornalisti di aver chiuso le indagini riguardo ciò che è avvenuto in caserma quella maledetta notte.

Il procuratore Grigo aveva infatti dichiarato a suo tempo alla stampa che era stato apposta aperto un procedimento per quello scopo.

In udienza il dott Abate ha dichiarato che su quel fascicolo era stata fatta richiesta di avocazione alla procura generale, però sbagliata perché quel procedimento non era più contro ignoti.

I miei avvocati in udienza hanno chiesto una perizia perché ritenevano quella di motta insufficiente per il processo.

Il dott abate si è opposto chiedendo il rinvio a giudizio dei due indagati sostenendo a spada tratta la bontà della consulenza Motta.

Il Giudice ha assolto addirittura uno dei due medici che il dott Abate ha sempre sostenuto di essere responsabili della morte di mio fratello.

Qualcuno mi può spiegare per favore perché la procura di varese è così soddisfatta della assoluzione di uno dei due indagati che riteneva colpevoli della morte di pino?

I miei avvocati mi hanno spiegato che il gup, quando assolve l’imputato nella udienza preliminare lo fa o perché ritiene le indagini assolutamente insufficienti per il processo, o perché addirittura perché pensa che ci sia la prova della sua innocenza.

La procura aveva richiesto il processo.

Che c’è da gioire?

Di quale processo parliamo?

Francamente mi sento presa in giro, non si tratta così una cittadina.

grazie"

martedì 23 novembre 2010

VIENI VIA CON ME

A "Vieni via con me" il mio elenco dei bei ricordi di Stefano:


1) Il suo sorriso, quando da bambino correva incontro a nostro padre di ritorno dal lavoro.


2) La sua dolcezza, quando non riuscivo a dormire perché avevo paura del buio e lui mi rassicurava.


3) La sua allegria contagiosa, che ti tirava su di morale e riusciva sempre a strapparti un sorriso.


4) La sua simpatia, che lo faceva essere amico di tutti e fare invidia a me, che ero sempre troppo timida.


5) La sua generosità, nell'aiutare sempre gli altri come poteva, anche quando era lui ad aver bisogno di aiuto.


6) La sua tenerezza, quando giocava con i miei figli e non doveva fingere di essere diverso o migliore.


7) Il suo altruismo, quando anche nei momenti più difficili per lui si preoccupava che io fossi serena.


8) Il suo abbraccio, forte, che racchiudeva tutte le parole che dalle nostre bocche non riuscivano ad uscire.


9) Il suo bisogno di famiglia, che lo portava a cercare tutte le occasioni per stare insieme, ricordare, festeggiare.


10) La sua voglia di farcela, quando con le lacrime agli occhi ma con orgoglio tornava in comunità e provava a riprendersi la sua vita.


11) Il suo amore, grande per la vita... che non avrebbe mai voluto lasciar andare.


... nel mio cuore però l'elenco conteneva un altro punto:


12) La sua gratitudine, che se Stefano fosse ancora qui sarebbe grande come la mia, a Patrizia Moretti. Se non fosse per Federico, per il coraggio della sua mamma e per il suo esempio, oggi non sarei qui a parlare di mio fratello.



domenica 21 novembre 2010

Gianfranco Fini
15/11/2010
Montecitorio, Sala del Mappamondo - Presentazione del libro "Vorrei dirti che non eri solo" di Ilaria Cucchi con Giovanni Bianconi

http://www.abuondiritto.it/index.php?option=com_content&view=article&id=372:qvorrei-dirti-che-non-eri-soloq-presentazione-alla-camera-dei-deputati-15-novembre-2010-&catid=37:rassegna-stampa&Itemid=71

Autorità, Signore e Signori!

La Camera dei deputati è lieta di ospitare la presentazione del libro 'Vorrei dirti che non eri solo' scritto da Ilaria Cucchi e Giovanni Bianconi, che saluto.

Un cordiale benvenuto agli autorevoli ospiti che interverranno: il sen. Luigi Manconi, presidente dell'associazione 'A Buon Diritto', ed Ezio Mauro, direttore del quotidiano ' La Repubblica '.

Prima di entrare nel merito della dolorosa vicenda di Stefano, voglio esprimere innanzitutto la mia umana vicinanza ai genitori - la signora Rita e il signor Giovanni - così profondamente colpiti da una tragedia che ha distrutto le loro vite e che ha scosso e commosso l'Italia intera.

Ed è proprio questo complesso insieme di fatti, sentimenti e sensazioni - nel quale la vicenda famigliare si è intrecciata a quella pubblica coinvolgendo uomini e Istituzioni - è proprio questa complessità, dicevo, che rende difficile parlare del 'caso Cucchi' senza rischiare di ferire ancora una volta la sua memoria e la sua famiglia, la fiducia dei cittadini verso le strutture dello Stato.

Quello di Stefano Cucchi, infatti, è un caso che, nel suo svilupparsi, passa da una dimensione privata a una dimensione pubblica, sociale. La sua storia, tra l'altro, ha messo in luce anche l'irrisolta questione del sovraffollamento del sistema carcerario italiano e delle drammatiche condizioni in cui vivono i detenuti: argomento sul quale il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, è intervenuto con forza. Né si può sottacere, con amara constatazione, che, quello relativo ai diritti dei detenuti, è un problema che riguarda non soltanto l'Italia, che sconta peraltro una pesante penuria di organico impegnato nelle carceri.

Quella di Stefano è innanzitutto una storia di diritti negati che si è consumata in appena una settimana.

Stefano è morto perché chi avrebbe potuto e dovuto garantire l'assistenza sanitaria evidentemente non lo ha fatto, come emerge dalla lettura della relazione svolta dalla Commissione parlamentare d'inchiesta sul sistema sanitario nazionale, presieduta dal sen. Ignazio Marino.

Leggendo le pagine del libro ripercorriamo la vicenda di Stefano, che soffriva e si debilitava in completa solitudine. Nessuno infatti ha provveduto ad avvisare il suo avvocato - come pure lui aveva richiesto - né ad avvisare i suoi genitori di cui riviviamo l'angoscia mentre si scontravano contro il muro di gomma di risposte negative, dilatorie ed evasive. Il dubbio terribile che agita le nostre coscienze è che, talvolta, chi rappresenta lo Stato non metta in atto nei confronti dei detenuti quei sistemi di garanzia che costituiscono un elemento fondamentale di ogni democrazia. Dobbiamo ricordare che il detenuto è per prima cosa un uomo.

Concordo con il Ministro della Giustizia, Angelino Alfano, che a suo tempo affermò: «Si doveva evitare che Stefano Cucchi morisse. Uno Stato democratico assicura alla giustizia e può privare della libertà chi delinque. Ma nessuno può essere privato del diritto alla salute».

Personalmente ritengo che chiunque, italiano o straniero, si trovi a essere in custodia dello Stato debba poter contare con certezza che i suoi diritti siano pienamente tutelati. Per questo, le fotografie di Stefano, diffuse dalla famiglia non senza molti travagli interiori, ci devono indurre a una dolorosa riflessione.

È bene precisare che Stefano non è morto perché era tossicodipendente. Il processo in corso stabilirà come sono andati i fatti e accerterà le responsabilità e dobbiamo confidare nella magistratura per ristabilire la giustizia e per evitare che vi possano essere delle macchie che infanghino i leali servitori dello Stato - la stragrande maggioranza - ai quali deve andare tutta la nostra gratitudine per il quotidiano impegno nella lotta alla criminalità, nella tutela dell'ordine pubblico e per la custodia, la cura e l'assistenza ai detenuti.

Ma ci sono anche altri aspetti che desidero sottolineare. Credo che le Istituzioni democratiche debbano essere sempre permeate da un forte senso di umanità che non può, in nessuna circostanza, venir meno. Da questo punto di vista, reputo inaccettabile, indegno di un Paese civile, che nessuno abbia ancora fatto ammenda per quella tragica notifica con la quale la mamma di Stefano apprese, solo incidentalmente, della morte del figlio mentre la stavano informando della volontà di procedere all'autopsia. È agghiacciante pensare che nessuno avvisò i famigliari dell'avvenuto decesso del giovane in modo adeguato, rispettoso del dramma dei genitori e della dignità di Stefano.

Non è questa l'unica parte del libro che mi ha dato la sensazione che un pericoloso processo di estraniazione emotiva stia minando la società, distruggendo un comune senso di appartenenza.

Un'atonia morale che si trasforma in egoismo e indifferenza verso gli altri, la loro dignità, la loro stessa esistenza.

È forse per questo che Ilaria Cucchi e Giovanni Bianconi non hanno raccontato 'solo' la via crucis di Stefano in carcere - di via crucis parlò in occasione del trigesimo il vescovo ausiliario di Roma monsignor Giuseppe Marciante - ma hanno voluto ripercorrere la storia della famiglia Cucchi, la storia di questi due fratelli - Ilaria e Stefano - seguendo anche le gioie della loro infanzia, i turbamenti dell'adolescenza, le scelte dell'età adulta.

Una sequenza di ritratti famigliari che non è casuale, né risponde a esigenze editoriali. Intervallare le vicende drammatiche con i flashback della normale vita famigliare significa umanizzare una tragedia che nel suo inizio, nel suo svolgimento e nel suo epilogo di umano ha avuto davvero ben poco, offendendo in noi quel sentimento di pietas che deve appartenere all'uomo ed è uno dei fondamenti indispensabili del vivere civile.

Il libro, tuttavia, è un libro che trasmette una speranza. Ilaria ha sin dall'inizio capito che per recuperare e restituire fiducia nelle Istituzioni era necessario ingaggiare una battaglia di verità. Affiancata dall'avv. Fabio Anselmo, che ha seguito anche i casi Aldrovandi e Uva, Ilaria ha compreso che soltanto superando quella iniziale ritrosia di fronte alle telecamere tipica delle persone normali avrebbe potuto combattere la guerra di 'Davide contro Golia'.

Ci è riuscita anche in virtù della sensibilità di alcuni parlamentari di tutte le forze politiche che le sono stati vicino sin dall'inizio. Soltanto grazie a questo impegno di Ilaria la battaglia per avere pace e restituire pace alla memoria di Stefano si è trasformata in un atto di fiducia nella giustizia e nella verità.

Perché senza giustizia non c'è libertà, né democrazia, la cui forza sta proprio nella capacità di riconoscere le proprie zone d'ombra e di illuminarle.

Ilaria, subito dopo la tragedia, fu anche tentata dall'idea di lasciare l'Italia: «Se questo è il Paese dove dovranno crescere i miei figli - diceva - meglio partire e costruire un futuro altrove».

Ma oggi Ilaria è qui con noi perché ha deciso di rimanere, non per cercare vendette ma risposte e decisioni che restituiscano dignità a Stefano e con lui a tutti noi.

Per questo le diciamo: grazie Ilaria per aver deciso di restare.

martedì 2 novembre 2010

L’odissea kafkiana di Stefano Cucchi e un’indagine patchwork

Capire la vicenda kafkiana occorsa a Stefano Cucchi, morto un anno fa nel reparto protetto dell’ospedale Pertini, dopo un arresto per droga, non è impresa facile. Troppi i protagonisti di questa storia: ben tre istituzioni pubbliche come l’Arma dei carabinieri, l’amministrazione penitenziaria e il sistema sanitario. Però, tra chi ha avuto a che vedere con Cucchi in quei giorni, a diverso titolo, fa salire il numero a ben oltre i tredici indagati dalla procura di Roma. La sua “odissea”, al contrario di tragedie analoghe come quella di Federico Aldrovandi, ad esempio, non si è esaurita in un unico episodio e cioè, fermo-botte-decesso. Cucchi è stato custodito per poco più di sei giorni dalle mani dello Stato, passando per fasi diverse, in un crescendo di tragedia che l’indagine della procura di Roma, nelle persone dei pubblici ministeri Vincenzo Barba e Francesca Loy, ha spiegato in questo modo: Stefano è stato picchiato da tre agenti penitenziari nelle celle del Tribunale in attesa del processo. Poi, all’ospedale Pertini è stato “abbandonato” dai medici che non hanno fatto il necessario per salvarlo quando ormai era evidente che fosse in pericolo di vita. Tutta la vicenda, però, è costellata da uno straordinario numero di errori, casualità, coincidenze su cui un giallista, portato a mettere in relazione i fatti e cercando di ricostruire un quadro accettabile almeno da un punto di vista logico, avrebbe trovato materiale interessante di riflessione. Ci aiuteremo con un elenco di fatti emersi dalle carte dell’indagine, certamente incompleto ma sufficiente a fare emergere alcune domande.

-Al momento dell’arresto, il verbale dei carabinieri riporta erroneamente che Cucchi era senza fissa dimora e che non aveva un avvocato di fiducia. Eppure, nell’apposita casella il nome del legale di famiglia viene scritto con esattezza. Questo vuol dire che qualcuno, ai militari, doveva pur averlo detto. Inoltre, che fosse senza fissa dimora risultava anche nelle carte dell’udienza preliminare, ragion per cui al giovane, che era poco più che un incensurato e a cui erano stati trovati addosso pochi grammi di hashish, furono negati gli arresti domiciliari. Contro di lui c’era anche l’accusa di spaccio firmata in caserma da un suo amico che poi, davanti al pm, disse di essere stato costretto dai carabinieri a firmare quell’accusa.

-Stefano Cucchi, dopo l’arresto e dopo la perquisizione notturna nella casa dei genitori (pur essendo, nelle carte, senza fissa dimora) viene riportato in caserma in via del Calice intorno alle 2, come affermato dal maggiore Unali, responsabile della Compagnia Casilina. Nelle celle della caserma di via degli Armenti, dove passerà il resto della notte, giungerà alle 4: un tempo decisamente lungo per trovare il luogo di pernottamento (le celle di via del Calice erano inagibili), visto che in quelle ore i carabinieri non erano impegnati in altra attività perché Stefano era l’unico presente in caserma, oltre ai militari.

-Nella notte, in via degli Armenti, si sente male intorno alle 5. Viene chiamato il 118 ma lui non si fa visitare. Nella penombra della cella, però, l’infermiere Ponzo dichiara di aver intravisto “un’ecchimosi alla regione zigomatica destra”, non molto diversa da quella visibile ore dopo nella foto fatta alla matricola del carcere di Regina Coeli.

-Al momento dell’accompagnamento alle celle della caserma di via degli Armenti, il carabiniere Gianluca Colicchio nota alcuni arrossamenti sul viso di Stefano e, interrogato successivamente dai pm, raccontò che al momento dell’ispezione Stefano mostrò la sua cinta rotta. “Che mi devo togliere la cinta che m’hanno rotto?”, chiese al carabiniere. Il militare disse di non aver chiesto al ragazzo il motivo della rottura di quella cinta dei pantaloni.

-La mattina dopo Cucchi doveva essere trasferito in tribunale. Il carabiniere Francesco Di Sano della caserma di via degli Armenti dichiarava ai giudici che Cucchi lamentava dolori al costato e di non poter camminare, tanto che Di Sano lo aiutò a salire le scale (le celle si trovano in fondo ad una scalinata ripida). Perché non poteva salire le scale da solo? Cucchi aveva da poco compiuto 31 anni, era giovane e, nonostante la magrezza e l’uso di stupefacenti, frequentava una palestra dove si era recato proprio poche ore prima dell’arresto come, secondo la sua famiglia, sarebbe attestato da un badge con orario di entrata.

-Il carabiniere Pietro Schirone, che la mattina successiva, con un collega, aveva l’incarico di portare Cucchi all’udienza in tribunale, quando vide il ragazzo notò due ematomi evidenti intorno agli occhi, gli stessi che erano visibili al momento della foto segnalazione in carcere. Circostanza che il militare confermò ai pm. Schirone, giunto con Cucchi in tribunale, incontrò casualmente i suoi colleghi della caserma Appia (quelli che avevano arrestato poche ore prima Stefano) e chiese loro se si fossero resi conto delle condizioni del ragazzo.

-I militari della caserma Appia avevano appena accompagnato due giovani albanesi fermati il giorno prima che raccontarono agli inquirenti di aver parlato con Stefano nei pochi attimi prima del trasferimento nei sotterranei del tribunale. “Chi ti ha picchiato?”, gli chiesero dopo aver visto la sua difficoltà a reggersi in piedi. “I carabinieri ma non quelli che mi hanno portato qui”, rispose Stefano, specificando. Una testimonianza che però non venne considerata valida per l’indagine. Eppure la convergenza di diverse testimonianze, peraltro specifica come quella dei due albanesi, avrebbe meritato un approfondimento.

-Il momento delle eventuali percosse subite da Cucchi viene fatto risalire dalla perizia dei consulenti nominati dalla famiglia tra le 13 e le 14,05 del 16 ottobre. Quindi in tribunale (presumibilmente sotto le celle), subito dopo la sua permanenza in aula. Eppure, il padre di Stefano lo vide in udienza, intorno alle 12, lo abbracciò da vicino e notò un gonfiore anomalo sul volto. Alle 14 circa un medico lo visitò e certificò i segni sul viso e le difficoltà di deambulazione. Ma lui, invece, ha due vertebre rotte, L3 e quarta coccigea come riferito poi dall’ospedale Fatebenefratelli. Un detenuto del Gambia (unico testimone d’accusa), vicino di cella di Stefano al tribunale, dice al pm di aver sentito i rumori del pestaggio nei sotterranei di piazzale Clodio. Cucchi, però, potrebbe essere stato picchiato in due momenti differenti e i colpi ricevuti sul viso non necessariamente potrebbero essere contemporanei a quelli subiti alla schiena, ben più gravi per i quali occorse poi il ricovero d’urgenza.

-Il percorso kafkiano della vicenda di Stefano Cucchi si è incontrato col destino del dottor Rolando Degli Angioli, medico del Regina Coeli che visitò il ragazzo al momento del suo ingresso. Accortosi della gravità della situazione, dispose il ricovero per accertamenti alle 16, 45. Il ragazzo venne portato al Fatebenefratelli, vicino alcune centinaia di metri, circa tre ore dopo. Il medico si arrabbiò per quel ritardo. Pochi mesi dopo, al ritorno da un’aspettativa di lavoro, il dottor Degli Angioli non venne reintegrato. La commissione parlamentare presieduta dal senatore Ignazio Marino, che indagò sul caso Cucchi, dopo aver ascoltato il medico concluse che “era stato mobbizzato”. Lui inviò due lettere di raccomandata ricevuta ritorno per essere riammesso al lavoro. Non ebbe risposta. La versione della dirigenza sanitaria del carcere fu, invece, che dal termine dell’aspettativa, il 7 marzo 2010, il medico non si fece più sentire. La direzione sanitaria sottolineò di essere rammaricata del fatto perché il dottor Degli Angioli lavorava da sei anni nel carcere e si era fatto sempre apprezzare per aver risolto casi sanitari anche complicati. Il medico ha aperto una vertenza di lavoro con l’amministrazione del penitenziario.

-Il capitolo dell’ospedale Pertini è l’ultimo e i medici e gli infermieri, se le accuse della procura saranno confermate, non hanno scampo: Stefano Cucchi è stato abbandonato a sé stesso, le cure sono state inadeguate, fu sottovalutata la gravità della sua condizione clinica. Le loro responsabilità sono molteplici e iniziano quando il medico di turno, la dottoressa Rosa Caponnetti, secondo l’accusa, chiese un’autorizzazione specifica all’amministrazione penitenziaria per ricoverare Cucchi. In carcere le sue condizioni si erano aggravate e l’amministrazione del Regina Coeli aveva scelto quel reparto del Pertini, poco adatto per un paziente affetto da acuzie (anche i consulenti della procura stessa, nella loro relazione, presentarono forti critiche a questa scelta perché quel reparto era inidoneo e non attrezzato per le condizioni di Stefano). Al dirigente dell’amministrazione penitenziaria, Claudio Marchiandi, anch’egli indagato, venne fatto firmare un documento palesemente falso in cui Stefano Cucchi veniva descritto in condizione generali “toniche e trofiche”, discretamente alimentato e senza le gravi patologie di cui soffriva (e che in precedenza erano state già certificate dal Fatebenefratelli). Marchiandi, fuori dell’orario d’ufficio (era sabato e pare che il dirigente si trovasse fuori Roma con i familiari) arrivò di corsa al Pertini e firmò (“un procedimento assolutamente fuori dall’ordinario – dirà una delle infermiere ascoltate in procura – in tanti anni di lavoro qui non avevo mai vista tanta urgenza”). I sanitari del Pertini che hanno ricevuto la richiesta di rinvio a giudizio sono nove. Ora, il dubbio è questo: si tratta di persone incensurate, madri e padri di famiglia ed è presumibile credere che fino ad allora fossero sempre stati cittadini rispettosi della legge. Che tutti insieme e contemporaneamente e nello stesso luogo abbiano deciso improvvisamente di delinquere senza pensare alle conseguenze, risulta veramente difficile da credere. Eppure è accaduto. Quel comportamento che si può definire, con un termine benevolo, “sciatteria professionale”, non può avere colpito come una sindrome nove professionisti che fino ad allora avevano lavorato, con tutta probabilità, in maniera regolare. A meno che non ci sia stata una direttiva. Un ordine da qualcosa o da qualcuno allo scopo di segregare lontano da occhi indiscreti Stefano le cui condizioni, piano piano, si stavano aggravando. Così si spiegherebbe la difficoltà di Stefano di vedere il suo avvocato, per cui faceva il diavolo a quattro, un diritto continuamente negato, rifiutando parte del cibo e delle cure, complicandosi così da solo una già complicata situazione clinica. Per non parlare della perizia disposta dalla procura ed effettuata dal professor Arbarello, che non mette in relazione i traumi subiti da Stefano e l’insorgenza di patologie come la bradicardia, una delle concause di morte. Una perizia, però, che non dà spiegazioni sui motivi che scatenarono il mortale scompenso metabolico di Stefano. Perché in sei giorni Stefano soffrì di questo insieme di patologie. Se non c’è un fattore scatenante (il pestaggio subito poche ore prima), allora la bradicardia, la cachessia, i problemi idroelettrolitici riscontrati dall’autopsia potevano colpirlo in qualsiasi momento. Anche in casa, per esempio. La perizia di parte civile, invece, individuò invece in una scheggia della vertebra L3 che pigiò in quei sei giorni sul sacco durale del midollo spinale del ragazzo, la causa della sua innaturale postura, della sua sofferenza e della sua morte. Ma quest’ipotesi non fu accolta dagli investigatori. Potremmo finire qui. Si potrebbero aggiungere altre “stranezze” come l’impossibilità per i periti di parte civile di fotografare, subito dopo la morte, il corpo martoriato di Stefano, ridotto ad una specie di alieno, e che soltanto il gesto caritatevole di qualcuno che quelle foto fece di “straforo” rese possibile quella terribile visione a tutti. Perché anche questo? Nessuna delle riflessioni fatte può rappresentare una prova di colpevolezza o assoluzione per nessuno ma i tasselli dell’indagine rischiano di disegnare un effetto patchwork se non si mettono in relazione i fatti accaduti e i motivi con un esercizio di logica. Alle tante domande di questa vicenda kafkiana, infatti, sembra mancare la parola “perché”.

GIANCARLO CASTELLI

venerdì 22 ottobre 2010

Mio fratello Stefano è morto da un anno e da un anno i miei genitori ed io ci sentiamo presi in giro.

All'inizio si parlò di morte naturale, dimostrammo che non era così.

Allora si cominciò a parlare di caduta dalle scale, dimostrammo che non c'era stata nessuna caduta.

Quindi si parlò di anoressia e sieropositività e poi ancora di Stefano che si era lasciato morire, mentre alla nostra famiglia non importava niente di lui, dimostrammo che niente di tutto questo era vero.

Oggi si parla di fratture pregresse e malformazioni, che evidentemente Stefano non sapeva di avere, tanto da condurre una vita normale. Poi però improvvisamente, poche ore dopo l'arresto non riesce più nemmeno a tenersi in piedi e gli vengono somministrate dosi molto elevate di antidolorifico. Oggi si dice che Stefano è morto solo perché abbandonato dai medici. Ma di cosa è morto mio fratello, di cosa secondo il PM?!!

Lui si sente sotto pressione! E che ci posso fare io?!! Devo ignorare il fatto che tutti i medici ed infermieri che hanno visitato mio fratello abbiano visto le sue reali condizioni? Devo ignorare le foto? Ma ci rendiamo conto di ciò che sta accadendo, non per la sentenza ma per la sola possibilità di contestare questi fatti agli imputati? Di quali pressioni parla il PM? Non certo le mie! Io mi limito solo a dire ciò che è successo. Allora i PM dei casi Scarzi, Meredith, Garlasco, G8 che devono fare o dire? Allora diciamo che l'opinione pubblica deve essere tenuta all'oscuro da questi casi quando lo decide il PM?

Io mi limito a dire la verità e nel farlo non offendo nessuno. Non critico il lavoro del PM ma l'assurda perizia sulla quale si basa l'accusa. Ma di cosa stiamo parlando? Di un consulente che dichiarava al Tg5 che il suo compito sarebbe stato quello di dimostrare la totale responsabilità dei medici, e questo ancora prima di iniziare le operazioni peritali!

E ieri torna a pronunciarsi l'On. Giovanardi (lo stesso che aveva definito mio fratello "larva umana"), che fa parte del governo, a fronte delle gravi dichiarazioni rilasciate dal PM durante l'ultima udienza (la stessa dopo la quale i miei genitori ed io venivamo scortati fuori dal tribunale, vicenda per la quale oggi ho presentato formale denuncia alla Procura della Repubblica di Roma, per sapere che l'ha disposta e perché) dove si fa esplicito riferimento a condizionamenti esterni. Prendo atto che per l'On. Giovanardi la sentenza è già scritta! A lui rispondo che non è certo nostra intenzione e non ci divertiamo a "metterci in conflitto con la pubblica accusa", come non ci divertiamo per niente a ripetere da un anno le stesse cose, la semplice, evidente verità... che ancora si vuol negare. Ma che ne sa Giovanardi di tutto questo?!!
Oggi muori in condizioni terribili...
Oggi si dice che in fin dei conti nei sotterranei del tribunale non ti è accaduto nulla o poco più...
Oggi siamo noi ad essere sotto accusa e scortati fuori dal tribunale, anziché coloro che ti hanno fatto questo...

giovedì 21 ottobre 2010

Il 22 ottobre 2009 Stefano moriva, senza averci vicini, ma solo perché ce l'hanno impedito. A un anno di distanza, venerdi 22 ottobre 2010, la nostra famiglia continua a non abbandonarlo e vuole ricordarlo così.

mercoledì 13 ottobre 2010

Lettera al Santo Padre Benedetto XVI


Amatissimo Padre,
da diverso tempo porto nel cuore il desiderio di scriverLe ma non l'ho fatto prima per timore di disturbarLa.
Sono Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano Cucchi.
Tra pochi giorni verrà celebrata nella nostra Parrocchia, nella zona sud-ets di Roma, la funzione commemorativa per la morte di mio fratello, avvenuta un anno fa. Aveva appena compiuto trentuno anni.
Mi rivolgo a Lei perché quando sembra impossibile trovare una consolazione terrena al nostro dolore, l'unico vero conforto ci arriva dalla fede. Nel momento di maggiore disperazione sono state proprio le parole di un Parroco e di un Vescovo della Chiesa a darmi la forza di andare avanti.
Mio fratello Stefano è stato vittima del pregiudizio. E' stato picchiato da coloro che dovevano tutelarne i diritti perché era un tossicodipendente, quindi di diritti non ne aveva come se non fosse stato un essere umano. Poi è giunto in ospedale dove dei medici l'hanno lasciato morire dopo un martirio durato sei giorni, tra dolori insopportabili, nello sconforto e nella solitudine, chiedendosi perché tutti, compresi i suoi cari, lo avessero abbandonato. Non era così, ma mio fratello lo avrà pensato quando poche ore prima di morire ha chiesto una Bibbia. Mi consola il fatto che Stefano sia morto in pace con Dio.
So che la vera giustizia non è quella terrena e so anche che il Signore ci insegna a perdonare. Ma per compiere il percorso che conduce al perdono è necessario conoscere la verità e ottenere giustizia anche su questa terra, non per desiderio di vendetta, ma perché il sacrificio di Stefano e della mia famiglia non sia stato vano. Perché il nostro dolore possa aiutare qualcun altro in futuro.
E' una strada lunga e difficile quella che forse mi condurrà a restituire dignità a Stefano, ho sentito tante menzogne e tante ne sentirò.
Chiedo a Lei, Santo Padre, se è il caso di continuare in una battaglia di giustizia di fronte a persone che fanno finta di non vedere una realtà così evidente.

Con rispetto.
Ilaria Cucchi

domenica 10 ottobre 2010


Queste le "lesioni lievi" che secondo qualcuno non sono la causa della morte di mio fratello, che alla fine s'è spento solo perché abbandonato dai medici.


Chiunque abbia un minimo di buon senso capisce quanta ipocrisia c'è in tutto questo. Come possono due fratture gravi alla schiena (è ben visibile nelle lastre un frammento osseo che si distacca dalla vertebra L3 e penetra nel midollo) essere considerate lesioni lievi? Se così fosse perché Stefano, che al momento del suo arresto stava benissimo, si sarebbe poi ammalato al Pertini fino a morire sei giorni dopo? Quelle lesioni hanno ucciso Stefano, questa è l'unica verità! Questo il motivo per cui chiediamo che venga fatta un'altra perizia, che sia più credibile. Voglio arrivare ad un processo dove un giudice dovrà stabilire quali sono TUTTE le responsabilità e voglio arrivare ad una vera giustizia per la morte di mio fratello.

mercoledì 6 ottobre 2010


"La lettera che avevamo tanto inseguito, e che solo per caso eravamo riusciti a recuperare, non spiegava quello che era successo. Ma in ogni caso era ed è la prova che mio fratello voleva continuare a vivere. Invece è morto. Forse pensando di essere stato abbandonato dalla sua famiglia, mentre semplicemente non ci lasciavano entrare.
Vorrei potergli dire che non era solo.
Hanno provato a farci credere che 's'è spento' come fosse una cosa normale, perché s'era lasciato andare. Ma non è così. Mio fratello Stefano è morto per responsabilità di qualcun altro e io, Ilaria Cucchi, vorrei sapere di chi. E perché."

venerdì 1 ottobre 2010

Buon compleanno

Il primo ottobre sarebbe stato il tuo trentaduesimo compleanno, invece sei morto quasi un anno fa.
Ricordo la tua ultima festa, la gioia, la soddisfazione, la tua amorevolezza nell'organizzare una cena che fosse adatta anche a me, tua sorella, che aveva da poco scoperto di essere celiaca. Lo ero io, non tu come hai detto ai medici del Pertini, forse per prenderti qualcosa di me, forse per sentirmi vicina. Non importa, in quel momento mi hai pensata!
E poi la torta, con quella candelina che proprio non voleva accendersi. La usiamo il prossimo anno, abbiamo detto. A pensarci ora vengono i brividi.
Sei nel mio cuore, ora e sempre.

venerdì 24 settembre 2010

Saremo a Ferrara il 25 settembre 2010, a cinque anni dalla morte di Federico Aldrovandi.
Altre volte mi era capitato di sentire storie di soprusi da parte delle forze dell'ordine e quasi sempre le avevo ascoltate con superficialità e un certo distacco, ma non quella volta. Ricordo di aver guardato la foto di Federico e aver pensato "potrebbe capitare anche a me, o alle persone che amo". Ho sofferto pensando al dolore di quella famiglia, ho ammirato il loro coraggio... che è da esempio per molti!
Allora non potevo immaginare che un destino simile sarebbe toccato a me e alla mia famiglia, eppure il volto di Federico m'è rimasto impresso nella mente.
Saremo a Ferrara domani per portare la nostra testimonianza, assieme a quella di tante altre persone, assieme a Patrizia e Lino. Ci saremo perché bisogna dirlo che queste cose succedono, e possono succedere a chiunque. E perché bisogna dire "basta".

http://federicoaldrovandi.blog.kataweb.it/federico_aldrovandi/2010/09/15/aldro-5-anni-dopo/

venerdì 17 settembre 2010

Ugo De Vita
"In morte segreta" conoscenza di Stefano
Parole, immagini, pensieri ...
per Stefano Cucchi


“Ho visto la tua ombra
in quell’azzurro lucido del marmo
frustare di foglie e rami secchi
quel che restava di un mattino d’ottobre”

18 settembre ore 10.30 Auditorium Casa di reclusione di Padova
21 settembre ore 17.30 Biblioteca Vallicelliana, Roma
14 ottobre ore 17.30 Biblioteca Braidense, Milano

Il progetto "Parole oltre le sbarre" a cura di ugo De Vita con Nessuno tocchi Caino e le associazioni "A buon diritto" sostenuto pure dal Garante dei detenuti del Lazio propone in questi giorni l'uscita di una breve silloge poetica, di un video e di un recital aventi titolo "In morte segreta -conoscenza di Stefano" Per Stefano Cucchi.
De Vita autore e interprete di teatro civile (Livatino, Falcone , Borsellino, Coco, Casalegno, Welby) ha scritto e realizzato lo spettacolo, dopo l'esperienza di conoscenza e di incontro con i familiari di Stefano; la trama non è il racconto della vicenda Cucchi, dopo i tredici rinvii a giudizio al vaglio della magistratura giudicante, bensì una istantanea sulla vita di Stefano, i suoi affetti, i suoi desideri, le sue emozioni.
Un atto unico implosivo, astratto, tutto affidato alla forza dell'interprete,alla voce, alla fitta trama di pensieri che si inseguono per fare di un istante,quello che certamente ha preceduto il cieco furore e poi l'agonia e la morte di Stefano, e dire e affermare la sua giovane vita.
Una pagina di teatro di denuncia ma anche versi che consegnano anche la poesia alla causa giusta dello stato di diritto.
"La mascella sporgente e lo schietto sorriso.
Sassi i tuoi occhi, fuori dai verbali.
Il non sapere dei poeti
canta verità mai udite, occulte , necessarie.
Come il vento conosce la pietra,
la pietra si fa vento.
Quando il sangue si fa pensiero
che la vita scrive versi."
Debutto in anteprima sabato 18 settembre alle ore 10.30 davanti ad un pubblico di detenuti e guardie penitenziarie presso l'auditorium della casa di reclusione di Padova, poi Roma in Vallicelliana martedì 21 settembre e Milano alla braidense con i versi letti dall'autore nell'ambito dell'iniziativa NOVECENTO ITALIANO alla presenza dei familiari di Stefano.

mercoledì 4 agosto 2010

Ecco cosa succede ora al medico che visitò Stefano all'ingresso nel carcere di Regina Coeli, che constatò la gravità delle sue condizioni chiedendone l'immediato trasporto al Pronto Soccorso (che però avvenne più di tre ore dopo), l'unico che in quei sei giorni dimostrò professionalià e interessamento nei confronti di un essere umano, di mio fratello. Mi sembra paradossale, se si considera che a quanto mi risulta altri suoi colleghi, quelli indagati per la morte di Stefano, sono ancora in servizio.

Giustizia: il medico di Regina Coeli che visitò Cucchi da sette mesi è senza lavoro PDF Stampa
di Cinzia Gubbini
Il Manifesto, 3 agosto 2010
Notificò l’estrema gravità del giovane. Da sette mesi ha dovuto inventarsi un’altra vita. E ora l’assessorato al lavoro della Provincia di Roma, dopo un’interrogazione del consigliere di Sel Gianluca Peciola, chiederà alle autorità competenti perché dopo sei anni è stato fatto fuori dai turni di guardia a Regina Coeli. Il caso del dottor Rolando Degli Angioli non è caduto nel dimenticatoio. Anzi, i nodi stanno venendo al pettine. Compresa una strana vicenda: ora risulta indagato per una denuncia che risale al 2008.
Fino a ieri di Degli Angioli nessuno aveva mai sentito parlare: era uno dei tanti medici di guardia della casa circondariale romana Regina Coeli. I suoi cartellini testimoniano che per sei anni è stato un medico presente, in misura addirittura superiore alle ore previste dalla convenzione con i medici Sias. Il suo nome comincia a finire sui giornali con la morte di Stefano Cucchi, il trentunenne fermato per alcune dosi di hashish e morto nel reparto protetto dell’ospedale Sandro Pertini il 22 ottobre scorso. Degli Angioli è il medico che lo visitò in carcere, ai “nuovi giunti”, e l’unico a definire il suo caso di “estrema urgenza” chiedendone l’immediato ricovero. Ma quella sera comincia una “guerra” contro il dottore, forse considerato troppo puntiglioso: gli agenti di turno gli fanno rapporto. Lo accusano di voler decidere chi entra in carcere e chi no. La vicenda si conclude solo dopo la morte di Stefano, con un encomio a Degli Angioli da parte del direttore del carcere, Mauro Mariani.
Ma per il medico l’incubo continua. Pochi giorni dopo la morte di Cucchi si sposa e parte per l’Australia. Nel relax del viaggio di nozze, riceve un sms da un suo collega: “A piazzale Clodio ce l’hanno con te”. Tornato, scopre che il Nucleo investigativo centrale (Nic) - un corpo creato nel 2007 e composto da agenti penitenziari in forza alla Procura - sta indagando su di lui, anche se non risulta formalmente indagato. Ma ancora più strano è il comportamento dei suoi colleghi: visto che non è certo l’unico pubblico ufficiale di Regina Coeli ad essere incappato in qualche inchiesta, l’ostracismo nei suoi confronti è incredibile. Tutti si cancellano dai turni con lui.
Degli Angioli ha raccontato ai pm che hanno indagato sul caso Cucchi di come il direttore sanitario, Andrea Franceschini, gli consigliò di prolungare l’aspettativa, promettendogli una nuova collocazione. Che non è mai arrivata. Eppure il dottore inviò persino due lettere per chiedere il reintegro. Ai giornali, invece, Franceschini dirà di non averlo più sentito. Una versione che però non può reggere, carte alla mano, quando la Asl dovrà presentarsi di fronte o alla Direzione provinciale del lavoro (a giugno Degli Angioli ha depositato una conciliazione obbligatoria) o successivamente di fronte al giudice.
Il dottore ancora oggi continua a rifiutarsi fermamente di rilasciare dichiarazioni ai giornali. Ma ai pm del caso Cucchi disse di sentirsi messo sotto pressione per la vicenda riguardante Stefano. È ovviamente solo un’ipotesi, ma il clima di lavoro “avvelenato” da quella brutta storia potrebbe aver avuto ripercussioni sull’indagine che ha investito il medico mentre era in viaggio di nozze. L’oggetto dell’inchiesta è emerso solo di recente: Degli Angioli risulta indagato per violenza privata e abuso di autorità contro un detenuto, nonché di falso, per una storia che risale al 2008. Qualcuno forse ricorderà Julien Jean Gerard Monnet, l’uomo che nel luglio di quell’anno in un attacco d’ira (fu giudicato incapace di intendere e di volere, soffriva di gravi problemi psicologici) ridusse in fin di vita la figlia di 5 anni, sbattendole la testa sull’Altare della patria.
Ebbene, Monnet all’epoca denunciò che un medico di Regina Coeli, mentre era legato al letto, gli mise un catetere senza il suo permesso, facendogli molto male, forse per punirlo. Due anni dopo, mentre esplode il caso Cucchi, l’attenzione della Procura e del Nic si concentrano sul dottor Degli Angioli, che a marzo scopre di essere indagato insieme all’infermiere Luigi Di Paolo. Eppure, secondo alcune indiscrezioni, in quelle ore nello stesso reparto risulta di turno un altro medico, mentre Degli Angioli sarebbe stato di guardia in un’altra ala. Inoltre il certificato che ordina la contenzione di Monnet, che nella ricostruzione della Procura viene “accollato” a Degli Angioli, risulterebbe invece firmato dall’altro medico di turno.
A breve il pm che si occupa dell’inchiesta, Francesco Scavo, dovrebbe decidere se chiedere il rinvio a giudizio del medico. In ogni caso l’episodio non è bello, ma neppure così grave. Per Degli Angioli un’altra tegola in testa, del tutto inaspettata, e un ennesimo colpo alla sua immagine professionale. Il danno alla professionalità è una delle richieste contenute nella richiesta di conciliazione a cui la Direzione sanitaria ha tempo tre mesi per rispondere.

domenica 18 luglio 2010

Il 15 luglio 2010 è iniziata l'udienza prelieminare per l'omicidio di Stefano, tredici le persone per le quali si chiede il rinvio a giudizio, tredici tra le persone alle quali non importava niente che mio fratello stesse male. Qualcuno ha avuto anche il coraggio di infangarne il nome dopo la sua morte, facendo un processo nei confronti di chi non poteva più difendersi.
Nove mesi fa Stefano è uscito di casa dicendo a nostra madre che stava bene. Ora ci ritroviamo in un'aula di tribunale a parlare della sua morte.
Sembra irreale. Eppure è successo davvero. E' successo che mio fratello è stato arrestato quella sera del 15 ottobre 2009. Poi ha iniziato una via crucis, tra camere di sicurezza, un intervento del 118, tribunale, carcere, pronto soccorso e infine la struttura protetta di un ospedale, dove dopo soli sei giorni, in condizioni terribili, ha smesso di vivere. Senza che noi potessimo vederlo, o almeno sapere perché stava male.
Dal 22 ottobre 2009 la mia vita è cambiata di colpo e radicalmente. Un dolore così grande, improvviso, senza un perché. Continuo a chiedermi cos'è che spinge le persone a tanta violenza nei confronti di un altro essere umano. Le mie domande non trovano risposta. Mi hanno privato di mio fratello, che amavo, che era una parte di me. Ora quello che mi resta di lui sono i ricordi di una vita passata insieme, a condividere le gioie e i dolori, i successi e i fallimenti. Ricordi di quando Stefano da bambino illuminava le mie giornate con i suoi sorrisi contaggiosi. Di quando da adolescente voleva fare il grande ma ancora non lo era. Di quando il giorno del mio matrimonio, impacciato in quell'abito da cerimonia, era al mio fianco come testimone. Di quando giocava con i miei bambini, i suoi adorati nipoti, che lo amavano di un amore sincero, che non giudica.
Cosa racconterò un giorno ai miei figli? Come riuscirò a farli crescere senza diffidenza cieca nel prossimo? Forse facendo in modo che la morte dello zio trovi risposte e giustizia. Per credere ancora che nel mondo esiste il male, ma alla fine il bene trionfa sempre...

sabato 17 luglio 2010

Dal 15 al 22 luglio 2010 a Genova SETTIMANA INTERNAZIONALE DEI DIRITTI

http://www.genovacittadeidiritti.it/
Comitato Piazza Carlo Giuliani o.n.l.u.s.
Genova, Luglio 2010, Sala Incontri Palazzo della Regione
Piazza De Ferrari


VITTIME DI STATO, QUALE GIUSTIZIA?

Sabato 17 ore 10,30
TESTIMONIANZE DI IERI

Brani da spettacolo teatrale e letture, a cura di Enrico Agostino

Giuseppe Pinelli Claudia e Silvia Pinelli con Francesco Barilli
Franco Serantini lettura di un testo di Teresa Mattei
Francesco Lorusso Mauro Collina con Stefano Tassinari
Fausto e Iaio Maria Iannucci con Francesco Barilli

Sabato 17 ore 16,30
CARCERE e ALTRI LUOGHI DI DETENZIONE

Le canzoni di Alessio Lega e Marco Rovelli

Aldo Bianzino Giuseppe Bianzino
Stefano Frapporti Una rappresentante di parenti e amici
Stefano Cucchi I genitori di Stefano
Giuseppe Uva Lucia Uva

L’autore legge pagine da Impìccati! Storie di morte nelle prigioni italiane, di Luca Cardinalini

Sabato 17 ore 20,30
TESTIMONIANZE DI OGGI

Scuola Diaz Enrica Bartesaghi con Lorenzo Guadagnucci
Carlo Giuliani Giuliano Giuliani con Massimo Calandri
Federico Aldrovandi Patrizia Moretti con Checchino Antonini
Bledar Vukaj Francesk Vukaj con Haidi Giuliani
Francesco Mastrogiovanni Giuseppe Galzerano con Checchino Antonini

http://www.dirittiglobali.it/component/content/article/36-movimenti/2020-da-cucchi-a-bianzino-a-genova-nel-nome-di-carlo-giuliani.html

lunedì 12 luglio 2010


Questo manifesto l'ho visto su molti muri di diversi quartieri di Roma. Non so chi ne sia l'artefice, ma certo la domanda è inquietante. Purtroppo devo dire che è proprio così... In Italia succede anche che persone e famiglie normalissime (magari con i problemi che a volte capitano nelle famiglie, ma chi può dire di non averne?!!) sono costrette a vivere simili tragedie. Credevo che a noi non sarebbe mai potuto accadere, credevo nelle Istituzioni e nei loro rappresentanti. Eppure è successo...

venerdì 9 luglio 2010

Bergamo - Festa della Dea - 8-13 luglio 2010

Contro ogni abuso… in strada, allo stadio, nelle città!
Incontro con la Famiglia Cucchi e la Famiglia Sandri

Sabato dalle 17 e per la durata di due ore avremo ospiti in un dibattito il padre di Gabriele Sandri e la Famiglia Cucchi , due famiglie distrutte dal dolore causate per mano di chi serve lo stato in maniera sbagliata e abusando del loro potere!
Sarà un momento importante sia per noi, Curva Nord 1907, che per loro: noi avremo la fortuna di conoscere la verità sui fatti e su quanto accaduto in quei tragici giorni, loro potranno continuare a raccontare ed a tenere viva la memoria. Il silenzio ed il rischio che tutto cada nel dimenticatoio sono i più pericolosi dei nemici in questi casi
Il padre di Sandri ha voluto in tutti i modi esserci per ringraziarci di quanto fatto in quel 11 novembre 2007: a Bergamo, come dovrebbe essere ovunque!, la vita di un ragazzo è stata ed è molto più importante di una semplice partita di calcio tra Atalanta e Milan. Per questo ci è sembrato doveroso rispettare la morte invece di vedere correre qualche giocatore su un campo!
Durante l’anno abbiamo invece trattato più volte sulla nostra fanzine la storia di Stefano Cucchi, un ragazzo ucciso nel carcere di regina coeli: le mani insanguinate sono quelle di qualche poliziotto prepotente, violento e cinico e di qualche medico che ha trattato tutto con superficialità. Ci sembrava e ci sembra importante dar seguito alle parole i fatti: per questo abbiamo invitato da noi i genitori di Stefano, per toccare con mano il problema degli abusi!
Siamo convinti che Sandri, pur essendo laziale, e Cucchi, pur non essendo da stadio, ci riguardano, perchè i sopprusi non hanno differenza se subiti in trasferta, in carcere o in strada. Se qualcuno sbaglia è giusto che paghi, ma che paghi nella maniera giusta e nel rispetto dei diritti umani!
Non ci tireremo mai indietro su queste lotte e continueremo ad andare a cercare la verità invece che accettare comodamente il falso che ci vogliono mettere in testa. Siamo stanchi di vedere ragazzi perdere la vita per mano dello stato e poi essere uccisi 1000 altre volte da media e giornali per coprirne i colpevoli. Continueremo a tenere vivo il ricordo di queste storie denunciandole in maniera attiva. Basta casi Cucchi e Sandri, basta vicende analoghe: da Aldrovandi a Colombi passando per Furlan che hanno pagato con la vita. Oppure Paolo, ragazzo rimasto invalido al 90% dalle manganellate prese a Verona, o alle botte con cui noi abbiamo avuto a che fare a Roma dai reparti della celere. Non esiste che un caso che sia diverso da un altro: gli abusi sono ovunque e riguardano tutti. Dall’ultras al tifoso al semplice cittadino. Si potrebbe storcere il naso e chiedersi l’attinenza fra queste cose e noi, ultras ed Atalanta. Si potrebbe argomentare non per uno ma per cinque volantini. Ma il tutto si può riassumere in uno slogan che si usa spesso ma che solo slogan non è… ULTRAS NELLA VITA, NON SOLO ALLA PARTITA. Perché essere ultras significa sì stadio, partita, amicizia, aggregazione, solidarietà (Rwanda, L’Aquila, Elisa) ma anche dare voce a chi è vittima della repressione, non tacere davanti al fatto scandaloso che i colpevoli come sempre non paghino le proprie colpe

CONTRO OGNI REPRESSIONE SEMPRE…
ULTRAS ATALANTA!!!

Vi aspettiamo tutti al dibattito Sabato 10 luglio ore 17:00 presso uno stand della festa!!!

giovedì 8 luglio 2010

La "scuola del sociale" della Provincia di Roma intitolata a Stefano


Fa un certo effetto vedere che un centro professionale, che da settembre formerà 25 operatori penitenziari in "cultura dell'accoglienza", viene intitolato a mio fratello, come già era successo con il giardino "Stefano Cucchi" nel X° Municipio del Comune di Roma ed anche con il murales che lo raffigura, recentemente realizzato in una piazza del nostro quartiere.
Sono tutti segni della solidarietà che circonda la mia famiglia, della presa di coscienza da parte di un gran numero di persone, senza la quale forse oggi non saremmo ad un passo dalla verità (tutta la verità, spero!). Stefano ne sarebbe contento, e anch'io lo sono, anche se ne avrei fatto volentieri a meno: volevo mio fratello vivo, non il suo nome nelle targhe! Queste cose sono importanti, come lo è continuare a parlarne... il solo modo per dare un senso alla sua tragica morte, che non si cada nell'oblio rischiando che cali il silenzio su un dramma che chiede giustizia, e perché non succeda ancora.

http://roma.repubblica.it/dettaglio-news/roma-15:29/2232

http://www.vignaclarablog.it/2010070811194/cassia-intitolata-a-stefano-cucchi-la-scuola-del-sociale-della-provincia-di-roma/

martedì 6 luglio 2010

Chiara

Chiara De Los Angeles Nembrini, è una ragazza delle filippine arrivata in Italia nel 1990, figlia di un giudice della Corte Suprema e di un avvocato. Il nonno materno era senatore.
E’ stata folgorata dall' Ideale di Chiara Lubich ed ha aderito al Movimento dei Focolari.
Ha conosciuto un operaio toscano di nome Gabriele, si è innamorata di lui. Ha rinunciato ad una vita agiata nel suo paese per amore suo e della fede: l´ha sposato e gli ha regalato cinque figli, tutti bellissimi.
Quattro parti naturali, ma al quinto ha cambiato ospedale e ginecologo: è stata costretta a partorire troppo presto... nella sala parto dell´ospedale La Gruccia di Montevarchi, il 21 settembre 2007, di fronte al marito, in una scena terribile e cruenta le si rompeva l´utero con una frattura di 7 cm., mentre in un lago di sangue nasceva Giacomo.
L´emorragia veniva sottovalutata, le trasfusioni tardarono mentre Chiara si spegneva dopo poche ore, la mattina del 22 settembre, lasciando solo Gabriele con i suoi cinque figli.
"Tutto è andato bene... è stata solamente una terribile disgrazia.... di parto si può morire anche oggi... nel 2007!!!” Questa fu subito la presa di posizione ufficiale dell´Azienda Sanitaria 8 di Arezzo per bocca del Direttore Generale.
Ma Gabriele non è rimasto solo. Intorno a lui e a tutta la sua famiglia si sono stretti tanti amici, per chiedere giustizia e verità per la morte di Chiara, una "filippina", che era una persona meravigliosa!!!
Marinetta, la sorella di Gabriele, mi ha telefonato dopo aver letto la mia lettera a Fini per portarmi tutta la sua solidarietà e condivisione.
A Gabriele che allora scrisse una lettera aperta al ministro della sanità Livia Turco, diedero volto e voce i giornalisti di stampa e televisione, denunciando ciò che era accaduto in quell´ospedale.
La magistratura aprì un´inchiesta e fece condannare i medici responsabili.
Grazie alla pubblicazione degli atti di indagine tutti seppero ciò che era accaduto, quanto era stato terribile il sacrificio insensato di Chiara. Non era più "la morte di una filippina", ma veniva restituita un pò di quella dignità che era stata tolta, insieme alla vita, a Chiara...
Lei, come Stefano, Federico, e tanti altri non ci sarà più, con noi, su questa terra... ma almeno possiamo ricordare la verità di come è successo.

venerdì 2 luglio 2010

Riguardo a quello che ho scritto il 1° luglio nella lettera al Presidente Fini, devo correggermi: Patrizia Moretti non è stata querelata per aver scritto nel suo Blog il mio racconto, ma ha avuto la notizia poco dopo aver parlato con me. Personalmente trovo terribile che una donna già duramente provata dalla violenta, ingiusta e assurda morte del proprio figlio, che con grande forza e dignità ha affrontato un difficile e doloroso percorso di ricerca di verità e giustizia, e le ha ottenute solo grazie alla sua tenacia, debba ritrovarsi più volte querelata. Che senso ha?

giovedì 1 luglio 2010


http://prcsicilia.wordpress.com/2010/06/24/palermo-8-luglio-1960-8-luglio-2010-50%c2%b0-anniversario/
Caro Presidente Fini,

non ho parole per ringraziarla per quanto ha fatto fin’ora per noi e per la libertà d’informazione. Per tutti quelli che come noi sono costretti a dover dimostrare le proprie ragioni con l’unico mezzo che hanno: parlarne. Oggi so che se non lo avessimo fatto quella di mio fratello Stefano sarebbe rimasta la morte di un detenuto, per di più tossicodipendente, avvenuta per cause naturali.
Sa cosa ho scoperto grazie a quelle intercettazioni che ora vorrebbero limitare? Uno degli indagati, cioè una delle persone per le quali si profila il reato di aver avuto in qualche modo a che fare con la morte di mio fratello, si è riferito a lui definendolo “tossico di merda”. Questo dopo che le circostanze della sua morte erano state rese pubbliche e quindi anche la persona in questione aveva potuto vedere le condizioni atroci in cui Stefano ha smesso di vivere. Senza alcun rispetto per la vita umana e per il dolore di una famiglia. E sa qual è la cosa ancora più grave? Patrizia Moretti, la mamma di Federico Aldrovandi, è stata querelata dal suo primo Pubblico Ministero per aver pubblicato nel suo Blog il racconto di quando mi sfogai con lei dicendole quello che avevo appena appreso. Lo trovo assurdo, ma d’altra parte quando vedo che un Pubblico Ministero indaga contro il legale di Lucia Uva anziché per scoprire la verità sulla morte terribile di suo fratello Giuseppe, non mi meraviglio più di niente!
Per quanto mi riguarda continuo ad andare avanti nella mia difficile ricerca di verità, consapevole di essere nel giusto, e non posso non pensare che, se il mio avvocato non mi avesse suggerito di far scattare le foto che dimostrano come era ridotto il corpo di mio fratello, oggi piangerei non solo per la sua morte ma anche per non aver potuto far nulla per restituirgli dignità.

Con fiducia e rispetto.

Ilaria Cucchi

http://fnsi-libera-informazione.blogspot.com/

giovedì 17 giugno 2010

Chiesto rinvio a giudizio

Oggi la Procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio per le tredici persone accusate per la morte di mio fratello Stefano: sei medici, Aldo Fierro, responsabile del reparto penitenziario del Sandro Pertini, Silvia Di Carlo, Flaminia Bruno, Stefania Corbi, Luigi De Marchis Preite e Rosita Caponetti; tre infermieri Giuseppe Flauto, Elvira Martelli e Domenico Pepe; tre agenti penitenziari Nicola Minichini, Corrado Santantonio e Antonio Domenici; il direttore dell'ufficio detenuti e del trattamento del provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria Claudio Marchiandi. I reati contestati vanno dalle lesioni aggravate all'abuso di autorità nei confronti di arrestato, dal falso ideologico all'abuso d'ufficio, dall'abbandono di persona incapace al rifiuto in atti d'ufficio, fino al favoreggiamento ed all'omissione di referto.
Se da un lato mi ritengo soddisfatta per l'importanza del primo traguardo raggiunto, soprattutto ricordando il punto da cui siamo partiti "morte naturale", dall'altro è un momento di grande riflessione e immenso dolore per la consapevolezza di quanto Stefano deve aver sofferto, sentendosi poi nella sofferenza anche abbandonato a se stesso.

sabato 12 giugno 2010



"Senza intercettazioni cosa sapremmo di...?"
Mercoledì 16 giugno assemblea Articolo21. Premi a Ilaria Cucchi, Patrizia Aldrovandi, Loris Mazzetti



http://www.articolo21.org/1286/notizia/senza-intercettazioni-cosa-sapremmo.html

Un'emozione indescrivibile trovarsi vicine, per la prima volta tutte e tre insieme, con Patrizia Moretti e Lucia Uva. Unite da drammi simili e stesso atroce dolore per le assurde morti di Stefano, mio fratello, Federico, figlio di Patrizia e Giuseppe, fratello di Lucia. Un dolore che solo noi e le altre famiglie che si trovano ad affrontare simili tragedie possiamo comprendere. Un dolore che nulla, neanche la giustizia, potrà mai affievolire. La nostra difficile battaglia è per rendere ai nostri cari quella dignità che è stata loro negata e per provare a far in modo che a nessun altro debba capitare ciò che è successo a loro. Chiediamo la verità, prima ancora della giustizia, perché comprendere è il solo modo per provare ad andare avanti. E non riusciamo a capire perché una famiglia, distrutta da un'ingiustizia così grande, debba mettersi in discussione e rivivere quotidianamente lo stesso identico dolore per ottenere delle risposte, quando invece sarebbe un sacrosanto diritto. Ricorrere a gesti eclatanti, come quello di pubblicare foto che mai avremmo voluto vedere, per essere ascoltati. Eppure purtroppo questa è la triste realtà. Molto spesso non agire in questo modo, vuol dire accontentarsi della verità di comodo... morte naturale.

venerdì 4 giugno 2010

Lettera di Patrizia Moretti


Cara Ilaria, queste sono le mie foto. Quelle di Federico. Questo è ciò che con legge si vorrebbe nascondere.
Siamo entrambe legate da un terribile destino. Vivere senza mio figlio Federico e tuo fratello Stefano.
Entrambe conosciamo la fatica e il calvario per avere verità e giustizia per i nostri cari.
Questa foto di Federico, morto per “malore” è stata pubblicata su Liberazione in prima pagina, quando nessuno pareva voler fare veramente indagini.
Questa foto del sangue di mio figlio ha tolto il fiato alle coscienze di chi non voleva vedere o dire. Il Pubblico Ministero è cambiato e le indagini sono state avviate veramente fino a far condannare chi le aveva fatte fino a quel momento.
Entrambe conosciamo la violenza dell’autorità del potere quando mistifica, nasconde. Di fronte al quale si soccombe perché non si è creduti, perché la verità è terribilmente scomoda.
Abbiamo registrato ciò che ci veniva detto perché dopo veniva negato. Violenza su violenza. La parola di una semplice cittadina contro l’istituzione.
Questo si voleva che fosse. I testimoni dopo averci parlato si defilavano, negavano di averlo fatto o smentivano se stessi. Questa foto, Ilaria, è quella di tuo fratello Stefano. È il pugno della verità sulla menzogna e sui depistaggi.
Anche per la mia famiglia intervenne il Presidente della Camera. Anche questo ci accomuna.
Ho lottato anche perchè ciò che è successo a mio figlio non si ripeta mai più. Quindi perché eliminare proprio tutto ciò che lo stesso Giudice ha riconosciuto esser stato determinante affinché non ci venisse negata Giustizia!
Ciao Ilaria.
La mia famiglia è cattolica e di idee da sempre vicino alla sinistra, ma mi piace il tuo Presidente.
Ti voglio bene.

giovedì 3 giugno 2010

MUNICIPIO VI APPROVA MOZIONE

Roma, 31 mag - Il VI municipio di Roma chiede al sindaco Alemanno ed alla sua Giunta di costituire il Comune parte civile nel futuro processo legato alla morte di Stefano Cucchi. Il consiglio municipale ha infatti approvato oggi all'unanimità una mozione che impegna Alemanno «a garantire il massimo del coinvolgimento possibile della comunità cittadina affinché tale vicenda dai contorni inumani possa almeno servire come monito alle coscienze di tutti che nessuno è sopra la legge, a chiunque è negato l'arbitrio e che il rispetto della vita umana è l'unica certezza indiscutibile in uno stato di diritto e democratico». Durante la seduta, che si è svolta nella sede di piazza della Marranella, è stato anche approvato un ordine del giorno che istituisce un memoriale dedicato a Stefano. Probabilmente si tratterà di una competizione di boxe, sport amato dal giovane. «La mozione - ha affermato il presidente Giammarco Palmieri - non è un atto di solidarietà, nè di vendetta ma un atto opportuno e doveroso perchè la presenza istituzionale al processo, rappresenta tutti i cittadini. Si combatte con la giustizia e le armi devono essere quelle della solidarietà civile. Certo non sta a noi la ricerca dei colpevoli ma la sensazione di sentirsi indignati perchè quando è lo stato o le istituzioni a rendersi in qualche modo 'colpevolì le persone, i cittadini, si sentono indifesi. È un documento che più di ogni altro ci impegna a nome di tutti i cittadini del municipio VI che chiedono giustizia per Stefano e per la sua famiglia». Nell'aula consiliare erano presenti anche il padre e la sorella del giovane, Ilaria e Giovanni Cucchi. «La violenza - ha detto il papà di Stefano, Giovanni - non si combatte con la violenza ma con la tolleranza e l'aiuto civile. Siamo grati al Comune ed alle istituzioni per questo documento. Non vogliamo vendetta ma verità e giustizia». La mozione dovrebbe arrivare anche in aula Giulio Cesare e calendarizzata per le prossime sedute di lavoro.

lunedì 31 maggio 2010

IL RAGAZZO MORTO DOPO L'ARRESTO

Caso Cucchi, mozione bipartisan : Comune parte civile nel processo

Il primo firmatario della mozione, Massimiliano Valeriani: «è stato un omicidio di Stato»

ROMA - Una mozione bipartisan, con firmatari dell'opposizione e della maggioranza, che impegna il sindaco a costituire il Comune di Roma parte civile nel futuro processo sul caso Cucchi è il traguardo condiviso questa mattina dai rappresentanti del Pd, del Pdl e dalla famiglia di Stefano. Presenti alla riunione Massimiliano Valeriani, presidente della commissione Controllo e garanzia di Roma, Alessandro Cochi consigliere comunale del Pdl, e la sorella di Stefano Cucchi, Ilaria.

«OMICIDIO DI STATO» - «Quello di Stefano - ha detto il primo firmatario della mozione, Massimiliano Valeriani - è stato un omicidio di Stato e non ce lo stiamo inventando noi. Dalla relazione della Commissione parlamentare di inchiesta risulta chiaro, è scritto». «La mozione - ha spiegato ancora nel corso dell'incontro - ha l'obiettivo di non far scendere l'attenzione sul caso di Stefano Cucchi, garantendo il massimo coinvolgimento delle istituzioni. Spero che il documento venga approvato all'unanimità. In questo modo staremo vicini e daremo un sostegno alla famiglia di Stefano nell'iter processuale che li attende».

STEFANO CITTADINO ROMANO - In attesa della presentazione della mozione in Consiglio comunale, l'esponente del Pd ha concluso sottolineando che «una iniziativa come questa, di cui sono molto fiero, può servire a dare a Stefano la vicinanza delle istituzioni locali di Roma. Stefano è cittadino romano e credo sia doveroso che Roma si costituisca parte civile in questo processo. Credo che soltanto con la presenza del Comune in questa vicenda, si possa ridurre il rischio che c'è di abbassare le luci rispetto alla vicenda Stefano Cucchi. Noi crediamo che la giustizia debba arrivare fino in fondo e assicurare alla famiglia un po' di verità».

«NON HO CAPITO PERCHE' E' MORTO MIO FRATELLO» - «Le cose vanno avanti in modo rapido - ha detto Ilaria Cucchi - e neanche noi ce lo aspettavamo, anche se sento che stiamo ancora lontani dalla verità. Stefano è stato vittima di un pestaggio, è stato picchiato perché si lamentava e chiedeva dei farmaci ed è stato lasciato morire. Io, non ancora capito il perché della morte di mio fratello».

(Corriere della sera 18 maggio 2010)

LETTERA APERTA AL PRESIDENTE DELLA CAMERA DEI DEPUTATI GIANFRANCO FINI


Caro Presidente,
non finiremo mai di ringraziarla, il suo sostegno è stato di grande aiuto per la nostra faticosa e dolorosa ricerca di verità e giustizia per la morte di Stefano. Ma se non avesse visto quelle terribili foto di Stefano che hanno tolto il fiato alle coscienze di tutti, non avrebbe potuto mai comprendere le condizioni terribili in cui ha lasciato la vita!
“Morte naturale”. Non avrebbe potuto percepire la profonda falsità ed ipocrisia della verità ufficiale.
Siamo una famiglia cattolica ed osservante. Di fede, di idee moderate vicine al centrodestra. Ma non comprendiamo perché debba essere impedito al cittadino che subisce un sopruso così grande dal potere dell'Autorità di denunciarlo ed anche di provarlo registrandolo dal vivo, quando altrimenti mai sarebbe ascoltato, o peggio creduto!
Confidiamo in lei affinché ciò che è stato consentito fare a noi non venga impedito ad altri. Francamente non ne comprendiamo proprio il motivo.

Con fiducia e rispetto.

Ilaria Cucchi
OMAGGIO ALLA MEMORIA
Una scuola intitolata a Stefano Cucchi
La decisione è del consiglio Provinciale

Lo stesso corso di formazione che mio fratello Stefano aveva frequentato qualche tempo fa. Quando, dopo l'esperienza nella Comunità di recupero, si trovava a dover "ricominciare", con tutte le difficoltà che questo comporta per una persona che deve dimostrare agli altri, ma prima a se stessa, di potercela fare, nonostante tutto...
Stefano ce l'avrebbe fatta, ne sono convinta, se solo in quei maledetti sei giorni non fosse stato vittima del pregiudizio, della violenza, della superficialità, della disumanità da parte di persone che invece avevano il preciso dovere di tutelarne i diritti, anche se si trattava prima di un "arrestato" e poi di un "detenuto".

Nella premessa della mozione, approvata dall'aula su proposta del coordinatore del Gruppo Federato della Sinistra in Provincia Gianluca Peciola, si legge: «La morte di Cucchi rappresenta un caso paradigmatico dello stridente rapporto tra diritti costituzionali e pratiche concrete di procedura penale all'interno del nostro Paese». «La sua morte e, in generale, i casi di maltrattamento nei confronti dei cittadini detenuti - prosegue il documento - stanno facendo emergere il mancato rispetto all'interno del sistema detentivo italiano dell'articolo 27 della Costituzione della Repubblica Italiana: "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato"». Di qui la decisione di intitolare proprio a Cucchi un corso di formazione anche prendendo atto che il padre del ragazzo defunto, Giovanni Cucchi, «è un dipendente dell'amministrazione provinciale». (Corriere della sera)

sabato 10 aprile 2010

Così è morto Stefano Cucchi

Sintesi della perizia della parte civile

La morte di del Sig. Stefano Cucchi è addebitabile ad un quadro di edema polmonare acuto da insufficienza cardiaca in soggetto con bradicardia giunzionale intimamente correlata all’evento traumatico occorso ed alla immobilizzazione susseguente al trauma.
Il 17 ottobre 2009 alle ore 20.32, all’accesso al ricovero ospedaliero, veniva eseguito dai sanitari dell’Ospedale Sandro Pertini elettrocardiogramma che, pur se incompleto per mancanza delle derivazioni V1 E V6, era nello specifico patognomonico di marcata bradicardia sinusale (ritmo giunzionale a 49 battiti/minuto con anomalie diffuse aspecifiche della ripolarizzazione ventricolare. Nella derivazione V5 è presente una deflessione subito prima del QRS, ascrivibile ad onda P di piccolo voltaggio).
Orbene è noto che la bradicardia ha una varietà di eziologie tra le quali spiccano, per il caso in questione, quelle correlate all’attivazione dei riflessi nervosi[1]. La bradicardia come risposta a stimoli traumatici è stata ben descritta in casi di danni oculari, danni alle corna spinali[2], in caso di shock ipovolemico[3], emotorace spontaneo e traumi addominali. Nella maggior parte di questi casi si è dimostrato il coinvolgimento dei riflessi vagali.
Nel caso del Cucchi, il trauma lombare esercita un significativo effetto sulla funzione nervosa vagale che si estrinseca in maniera subdola a seguito del danno traumatico. E’ infatti dimostrato che i pazienti con lesioni midollari che interessano le prime vertebre lombari presentano alto rischio di disfunzioni cardiache in seguito ad alterazioni delle vie simpatiche dei nuclei intermediolaterali (si confronti [4] come review)
Le risultanze delle autopsie e degli esami TC e RMN ed RX, e l’esame istologico, confermano la realtà clinica e patologica diagnosticata nei due accessi al Pronto Soccorso Fatebenefratelli in data 16 e 17 ottobre 2009 e depongono tutte all’unisono per un grave quadro da trami contusivi chiusi, pluridistrettuale (distretto cranio facciale, distretto toracico, distretto addominale, distretto pelvico e sacrale), cui concomitava frattura somatica del corpo della terza vertebra lombare (con cedimento ed avvallamento dell’emisoma sinistro) e frattura del corpo della I vertebra sacrale con vasta area di infiltrato emorragico in corrispondenza dei muscoli lombari, del pavimento pelvico e della parete addominale, a dimostrazione della violenza degli effetti lesivi.
Con il progredire del quadro clinico e con la comparsa delle emorragie perilesionali (ex post confermate dal vasto ematoma retro peritoneale perilesionale di cui sopra) si determina uno stato ipertensivo irritativo locale che determina la compromissione grave di tali funzioni autonomiche: ed infatti il giorno 17 ottobre 2009, a 24 ore dal trauma, il Cucchi presenta una vescica neurologica con necessità da parte del sanitario dell’Ospedale Fatebenefratelli di posizionare catetere vescicale (per il presunto danno alla radici nervose tipico delle evoluzioni di questi soggetti con frattura di L3 e prima coccigea).
Il quadro bradiaritmico, misconosciuto dai sanitari, subisce un progressivo aggravamento e peggiora, durante il ricovero presso il Reparto Protetto dell’Ospedale Sandro Pertini, per l’instaurarsi di un grave quadro di alterazioni metaboliche, legate tanto al processo dell’evoluzione traumatica, quanto a gravi profili di scarsa attenzione assistenziale dei sanitari che si avvicendarono nell’iter clinico, così come all’eventuale atteggiamento di scarsa collaborazione del Cucchi.
Tale scadimento generale derivò, in buona sostanza, da un ipercatabolismo proteico tipico di un organismo privo, come era il Cucchi, di riserve adipose e povero di masse muscolari (peso all’ingresso 52kg, 37kg al decesso), aggravato dal trauma così come oggettivato anche all’autopsia.
Il concorso di tutte le condizioni suddette peggioravano il quadro di bradicardia giunzionale di base ed ipotensione e conseguentemente il deficit cardiaco con conseguente edema polmonare acuto evidenziato all’esame autoptico.
Merita di essere stigmatizzata la condotta dei sanitari che si avvicendarono nell’assistenza del Cucchi Stefano durante il ricovero presso l’ospedale Sandro Pertini, Medicina Protetta, avvenuto il 17 ottobre 2009.
Tale condotta sanitaria appare viziata da gravi elementi di negligenza, imperizia ed imprudenza, tanto nelle fasi diagnostiche, quanto nelle più elementari regole di accortezza del monitoraggio clinico e strumentale.
Le gravissime omissioni dei profili di assistenza che emergono, sono ancor più censurabili alla luce dell’atteggiamento di rifiuto parziale di acqua e cibo da parte del Cucchi, rifiuto che avrebbero dovuto, semmai, a maggior ragione, indurre i sanitari ad un più scrupoloso atteggiamento di guardia e di sorveglianza, in relazione alla criticità della patologia di base.

Nessuna perplessità genera la genesi traumatica e l’interpretazione del quadro lesivo oggettivato sul cadavere del Sig. Stefano Cucchi. Tutti gli esami effettuati in corso di autopsia dimostrano, inequivocabilmente, l’insorgenza traumatica e la sua genesi acuta, come incontrovertibilmente dimostrato dall’emorragie dei muscoli lombari a livello di L3 e dei muscoli della pelvi in corrispondenza del rachide sacrale.
Eguale conferma perviene dalla rilettura delle TC che confermano le diagnosi effettuate al PS del Pertini in data 16 ottobre 2009.
Tali lesioni sono compatibili con una genesi traumatica ad opera dell’azione combinata diretta ed indiretta (trasmissiva), reiterata, di tipo contundente e meccanico violenta.
La scarna fotografia emersa dai certificati medici del 16 e 17 ottobre 2009, permette comunque di datare precisamente l’evento lesivo tra le 13:00 e le 14:05 del giorno 16 ottobre 2009.

Dalla scansione dell’attività certificativa emerge che, alle ore 14:05 del 16 ottobre 2009, il Cucchi venne visitato, all’interno dei locali della Cittadella Giudiziaria e in quella occasione riferisce dolore ed ecchimosi in regione sacrale; 2 sole ore più tardi, alle ore 16:45, alla visita presso l’U.O.C. di Medicina Penitenziaria e Ass.za Patologie da Dipendenza 1° D della Casa Circondariale Regina, il sanitario di turno richiede urgente trasferimento presso il PS dell’Ospedale Civile Fatebenefratelli descrivendo ecchimosi sacrale-coccigea, tumefazione del volto bilaterale… Algia alla deambulazione…”
Alle ore 20:11 del 16 ottobre 2009, il Cucchi, ricoverato presso i locali del Pronto Soccorso dell’Ospedale Civile Fatebenefratelli, presenta dolore acuto alla palpazione a livello della regione sacrale accompagnato da un quadro di instabilità vertebrale con Stazione eretta e deambulazione impossibile in relazione alla frattura vertebrale…e riferisce l’isorgenza e la durata dei sintomi da 3 a 6 ore.” ovverossia alle 14:00 circa della medesima giornata.
Tale versione è l’unica plausibile e sostenibile alla luce del quadro clinico tipico di quadri consimili, giacché la frattura del corpo di L3, per di più con la concomitante frattura del corpo di S1, si caratterizzano, come già argomentato, per un quadro clinico rapidamente invalidante ed impedente tanto la deambulazione quanto la posizione seduta ed il mantenimento della stazione eretta in quanto associato a vivo dolore.


[1] Alboni P, menozzi C, Brignole M et al. An abnormal neural reflex plays a role in causing syncope in sinus bradicardia. J Am Coll cardiol. 1993; 22:1130-34
[2]Kawamoto M, Transient increase of parasympathetic tone in patients with cervical cord trauma. Anesth Intens Care, 1993; 21:218-221
[3] Secher NH, Bradycardia during reversibile hypovolemic shock: associated neural reflex mechanisms and clinical implication. Clin Exper Pharmacol Physiol 1992; 19: 733-43
[4] Grigorean VT, Sandu AM, Popescu M, Iacobini MA, Stoian R, Neascu C, Strambu V, Popa F. Cardiac dysfunctions following spinal cord injury. J Med Life. 2009 Apr-Jun;2(2):133-45.

giovedì 8 aprile 2010

In un momento in cui umanamente è difficile trovare delle spiegazioni al non senso di quello che è accaduto a mio fratello, l'unico vero conforto ci arriva dalla fede. La tempestiva risposta del nostro Vescovo è il segnale che la Chiesa non ci abbandona, così come il Signore non ha mai abbandonato Stefano.
Carissima Ilaria,
sento il dovere di rispondere alla tua lettera dalla quale ho appreso, inorridito, dell’ultimo atto di ingiustizia nei confronti di Stefano e della ferita ancora una volta inflitta a te e ai tuoi cari genitori. Il vostro dolore diventa il mio dolore. La mia afflizione vuole essere il mio modo di farmi prossimo alla vostra famiglia. Per questo ho voluto accompagnarvi al cimitero di San Gregorio e presiedere il rito di sepoltura anche se a quindici giorni dall’evento. La risurrezione di Cristo ci dice che il sepolcro non ha l’ultima parola. Dio si lascia completamente coinvolgere dalla fragilità umana, la assume nella sua carne portandola sulla Croce. Innalzato sulla croce, il Figlio di Dio si lascia ferire dall’amore; si rivela vulnerabile. Vulnerabile, infatti, è colui che è esposto alla possibilità di essere ferito, violato, colpito, percosso, offeso. E i più vulnerabili sono sempre i più piccoli, i più fragili e gli indifesi. La vulnerabilità di Dio è la porta aperta alla verità del suo amore. Dalle ferite sul corpo del Cristo risorto penetra la luce divina dell’amore; dalle sue piaghe siamo stati guariti. Chiunque crede che solo da queste ferite può penetrare la luce, rinasce a vita eterna; viene alla luce. Solo nell’amore si diventa luminosi. Colui che si rende impenetrabile ha scelto invece di non restare ferito. Ha scelto di non amare e, quindi, rimane nell’oscurità, nelle tenebre e nell’ombra della morte. Sento di incoraggiarvi nell’andare avanti nella ricerca della verità e della giustizia. Certo la giustizia umana non potrà restituirvi la vita di Stefano ma, se onestamente perseguita, farà progredire la società nella crescita del rispetto della dignità dell’uomo; il rispetto dei diritti umani anche di coloro che si trovano in stato di detenzione; il diritto alla difesa, il diritto alle cure, il diritto alla vita, il diritto ad avere il conforto degli affetti e della fede. La ricerca della giustizia e della verità ristabilisce lo Stato come garante di tutti diritti di ogni cittadino ed esigente dei doveri e delle responsabilità di tutti. Solo uno Stato che fa rispettare diritti e doveri di tutti può presentarsi come credibile custode dei suoi cittadini e specialmente dei più giovani.
La vostra dignitosa tenacia ha già prodotto alcuni effetti positivi come «la necessità di considerare con attenzione il rapporto tra la sanità e il carcere - a partire dall'esigenza di una piena, puntuale e completa attuazione del DPCM 1° aprile 2008 su tutto il territorio nazionale - al fine di tutelare e promuovere, nei cittadini posti nella condizione di restrizione personale, il diritto alla salute sancito dall'articolo 32 della Costituzione» (Relazione conclusiva della Commissione parlamentare d'inchiesta sull'efficacia, l'efficienza e l'appropriatezza delle cure prestate al signor Stefano Cucchi, approvata nella seduta n. 65 del 17 marzo 2010). La Commissione parlamentare da voi interpellata, inoltre, non chiude il caso, anzi apre nuovi interrogativi da chiarire. Sono questi i primi passi per la ricerca di una verità umana che ridà dignità alla morte di Stefano e apre a un nuovo modo di pensare il regime carcerario.
La giustizia di Dio ci dà la certezza che Cristo, primogenito di coloro che risorgono, trasformerà il corpo sfigurato di Stefano a immagine del suo corpo glorioso. Il Signore gli conceda il perdono e la misericordia, accolga la sua anima nella pace eterna, e risusciti il suo corpo nell'ultimo giorno.

Vi abbraccio, vi benedico e vi auguro di vivere la Santa Pasqua nella pace.

Roma, 26 marzo 2010

+ Giuseppe Marciante